Be happy with what you have to be happy with.

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Pradamano (Udine), Cinecity sala 1, ore 17:30, 31.12.2010. Sette spettatori in sala, proiezione strepitosa, schermo enorme, sistema 3D Xpand. Meglio di così non poteva andarmi per vedere quello che reputo un manuale di estetica cinematografica. Sarà l’entusiasmo, sarà stata la qualità della proiezione, il 3D per la prima volta non invasivo, ma Tron è una gioia immensa per i sensi implicati.

Chi è Joseph Kosinsky? Boh! Mai sentito. Eppure qualcuno, a questo giovinotto del ‘74 ha messo in mano 190 milioni di dollari e gli ha detto “Vai, facci sognare”. Apro una piccola parentesi sull’Italia? Forse è meglio di no. Per non infierire su me stesso, soprattutto… Dicevo, opera prima, 190 zucche. Non male. Ma chi è, appunto, Joseph Kosinsky? Intanto dal cognome è ebreo per cui questo è già qualcosa nel cinema americano, secondariamente è una architetto laureato in design e con un master in modellazione di ambienti virtuali. Terza cosa è un regista pubblicitario. Bastano queste tre cose per farsi dare 190 milioni di dollari? No. Spero almeno. Ci vuole talento. E tanto. E il caro Joseph ne ha. Sicuramente come artista visivo. Un quarto punto poi, scatenante a mio avviso, è l’incontro con David Fincher che propone a Joseph di trasferirsi da NY a LA per diventare uno dei registi in esclusiva dell’Anonymous Content. LA significa Studios, il passo per arrivare a Tron è stato sicuramente più breve. Joseph applica le sue doti designer in ambienti CGI e comincia a realizzare i suoi mondi, i suoi spot non stanno mai ‘nel reale’ ma sempre nel suo ‘altrove’ generato al computer. Il suo gusto è straripante. Basta vedere questo per capire di cosa sto parlando.

Bene. Abbiamo capito chi è il regista. La produzione è Walt Disney, che ormai sembra avere un appuntamento fisso col capolavoro. Joseph si avvale (un pochino ma non tanto) anche della consociata Pixar, così, tanto per gradire. Riapro la parentesi sull’Italia? No. Meglio di no.

La storia di Tron è buoni contro cattivi. Poi i buoni vincono. Fine. Sì, perchè di fronte a cotanta bellezza, per una volta, posso veramente prescindere dalla sceneggiatura (che comunque non è fra le più becere) senza sentirmi per forza additato come esterofilo, studiofilo, hollywoodiofilo e quant’altro. I sensi sono talmente presi dalle immagini e dal sonoro che la storia potrebbe pure non esserci. Per certi versi è un po’ come Avatar (ma io preferisco Tron) il cui grande valore è la generazione di un mondo a parte, con tanto di lingua e botanica, ma secondo me va pure oltre. Mentre Avatar si inventa di sana pianta un mondo inesistente e incoerente con la natura umana, Tron si prende l’unica licenza di riuscire a digitalizzare l’essere umano per immergerlo in un mondo di bit ma poi, il mondo stesso con le sue interazioni, diventano tutte perfettamente coerenti con l’ambiente. E sti cazzi della storia. La bellezza del mondo di Tron è commovente. In tutto: scenografie, costumi (se dimagrisco faccio una pazzia e me li compro!), trucco, mezzi di trasporto, gadget.

Gli attori del film sono veramente pochissimi, se ne contano 3 + 1 (+1 perchè Jeff Bridges interpreta due ruoli, solo che in uno dei due è un suo avatar ringiovanito digitalmente – e sul quale ho qualche dubbio sul realismo) gli altri sono tutti di compendio.

Dicevo del sonoro! Beh, dopo le musiche di Trent Treznor in The Social Network, pensavo di aver raggiunto il massimo. Ed invece Tron stupisce anche per questo. Le musiche sono firmate dal duo francese Daft Punk che appaiono anche in qualche breve sequenza. Un misto di techno e pop con frasi drammatiche e orchestrazioni in perfetta sintonia con le immagini. Sembra impossibile pensare ad altra musica per la colonna sonora, il video e l’audio sono materia fusa assieme, non a caso con un elemento in comune a livello genetico: il bit.

Quello che non mi è piaciuto in realtà è proprio il caro Joseph! Ah! Non certo in veste di capo di una serie di bravissimi art director giapponesi (il tocco manga si vede eccome), ma proprio come regista. Ebbene sì. Forse la scelta del protagonista poteva cadere su qualcun altro o forse poteva essere diretto meglio, fattostà che l’omino è proprio di legno e non pare per niente affascinato (come dovrebbe) dal mondo in cui viene calato. Non fa domande e accetta tutto. Boh. Forse mi sarei comportato in altra maniera ma capisco che Tron è appunto un film da Studios e per tanto deve essere il più semplice e spettacolare possibile. Natura spietata: tanto dà da una parte e tanto toglie dall’altra. Del resto il film ha uno dei suoi momenti più emozionanti proprio quando parla della perfezione che è sempre di fronte a noi ma non può essere mai raggiunta.

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