Be happy with what you have to be happy with.

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This is my very first experiment with Sony A7S Mk.2 Shot on both S-log3 and Cine 4 (you'll notice a huge difference between the two video profiles). Shot with Canon 16-35 L II f2.8 and Canon 70-200 L f2.8 (Metabones Mk.IV adapter) and Ni.Si Fader 2-400 Variable ND. 4k ProRes HQ footage recorded on Atomos Assassin. 100fps 1080p footage recorded internally. Quick grade in Resolve. Music: Half Life by Imogen Heap. Demonstrative purpose only.

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Sono sempre molto curioso rispetto ai lavori di Virzì, lo trovo un registra estremamente autentico e con una capacità di lettura della realtà fuori dal comune.

Pochi come lui sono in grado di cogliere, e trasferire sui propri personaggi, senza distinzione di genere, età o estrazione sociale, le sfaccettature della vita. Con cinismo ritrae il presente senza fare sconti a nessuno e quasi mai i suoi personaggi sono solo buoni o solo cattivi. Gli piace sguazzare in quella zona grigia di cui tutti noi siamo dotati, ma che spesso tendiamo a non accettare che venga scoperta dagli altri e che ci rende, in qualche maniera, dei bugiardi esistenziali.

Ieri sera sono stato a vedere “Il capitale umano” carico di aspettative. Dal trailer e dalle varie notizie diffuse dall’ufficio stampa di 01, il film doveva esprimere, attraverso il suo intreccio, una forte critica verso il folle sistema finanziario che ha portato, non solo il nostro paese ma il mondo intero, ad andare a sbattare a 300 all’ora contro un muro.

“Ci siamo giocati tutto, anche il futuro dei nostri figli…” recitava ossessivamente il trailer. Ma di tutto questo, purtroppo, nel film c’è veramente poco. Troppo poco rispetto alle aspettative create.

Il film parte a razzo, i primi 20 minuti sono da ansiolitico doppio e fino alla fine del primo tempo, oltre a reggere alla grande, sembra preparare un humus profondo per darci la sua visione sul macro tema annunciato dal titolo. Ma invece di farlo, nel secondo tempo il film diventa inaspettatamente piccolo. I macro temi diventano micro temi e tutto prende la piega di un gialletto ben fatto ma che, minuto dopo minuto, si allontana dal soggetto principale. Virzì, arriva al tornante con il piede pigiato a fondo sul gas ed invece di seguire la traiettoria, va dritto e si perde sulla sabbia, costeggiando da qui in avanti la sua storia, e ritrovando la via della pista, solo grazie a dei cartelli esplicativi in coda al film. Troppo poco.

E’ un film suicida. In senso letterario. Si uccide da solo.

Si strangola allo specchio, non capendosi, non accettandosi, proprio come uno dei suoi personaggi, con un lato buono ed uno oscuro. Ovviamente è un problema di scrittura (come sempre in Italia) e questo è un vero peccato perché Virzì è tremendamente bravo a creare le atmosfere e, tecnicamente, il film è ineccepibile. Un plauso particolare, va a Valeria Bruni Tedeschi, che abbaglia tutti in mezzo ad un cast di attori bravi (salvo qualche piccolo scivolone), ma non certo memorabili.

Un peccato, un vero peccato. Perché non si può dire che sia un film brutto, ma proprio per questo mi dà ancora più fastidio di un film completamente sbagliato. Avrei voluto sapere da Virzì che cosa veramente pensasse del capitale umano, del mondo della finanza creativa (distruttiva), di come le persone vengano accecate dai guadagni facili e finiscano per distruggere se stessi e gli altri che hanno attorno. Perché è questo che manca: il macro tema è disancorato dalla trama e per questo appare posticcio e non giustificato. Ahimè un errore non da poco.

Alle elementari, il peggiore errore che potevi fare durante un compito di italiano, era quello di andare fuori tema.

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Una breve selezione di alcuni miei lavori.

Non ci avevo mai pensato, ma un amico, ieri sera, mi ha chiesto: “Ma tu non hai una showreel?”, “No” ho risposto io. Allora in quattro e quattr’otto eccola qua. Certo, non c’è tutto, ma c’è abbastanza per non annoiare!

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Quando le dimensioni non contano.

Al “Cinema dei piccoli”, appena ristrutturato, con tanto di Dolby DTS e proiettore Sony 4k, il sabato pomeriggio, per soli 6€ (durante la settimana sono 5!), sono andato a vedere Planes con Andrea. Planes è lo spin-off di Cars ambientato nei cieli, prodotto da Disney e realizzato, low cost, da Prana Studios in India.

Mi risultava molto strano che Disney, pur avendo inglobato la Pixar, facesse fare lo spin-off del loro più grande successo ad un altro studio di animazione. E anche dopo averlo visto il mio interrogativo rimane. Perché?

Capisco che la Pixar, ormai elefantiaca e iper concentrata sull’algoritmo del pelo di Sullivan, sia in altre faccende affaccendata, ma mollare così un prodotto di tale portata sinceramente mi lascia alquanto perplesso. Soprattutto in una loro fase decadente in cui è venuta a mancare completamente l’originalità e quella capacità di fare sognare il pubblico che erano state le loro prerogative almeno fino ad ‘Up!’.

Planes è un film estremamente convincente, il target è 3-10, non di più, ma non lo è certo per la qualità delle animazioni che si vede lontano un miglio che non sono quelle della ultima iper-steroidata Pixar (anche se stiamo parlando sempre di livelli altissimi), ma lo è per la storia che ricorda i bei tempi Pixar, quando questa faceva ancora la differenza rispetto alle ultime prove tutte muscoli e niente cervello (cuore). Tant’è che la sorpresa più grande è stata, sui titoli di coda, scoprire che il film è prodotto da John Lasseter, che mi piace immaginarlo come un fuggiasco che, non più in grado di potersi esprimere all’interno della creatura di cui fu padre assieme a Jobs, si butta, sotto contratto con Disney, a produrre una storia con un altro Studio. Poi magari la verità è un’altra, ma la sua mano si vede ed è stato veramente un piacere ritrovarlo.

Planes vola via liscio come l’olio, se vuoi ricalca un pochino il primo e compianto Cars, ma chissenefrega (!!!), è un film per bambini senza avere la pretesa virulenta di apparire cool anche ai suoi genitori (come se un bambino di 6 anni andasse da solo al cinema…  pensa che razza di toppe hanno preso negli ultimi 3 film quelli della Pixar  cercando di fare i compiacenti con gli adulti…) che porta dentro di sé un sottotesto importante, chiaro, salvifico e genuino.

Bravi, bravi e bravi ancora. Qualcuno deve aver capito che i bambini crescono e per loro si aprono altri tipi di storie sulle quali sognare. Non c’è bisogno, a tutti i costi, di far crescere i propri cartoni assieme al pubblico: è sbagliato. I cartoni rimangono, i bambini crescono. Certo… se l’idea – come in Cars 2 – era di vendere ancora merchandising ad una fascia di età più alta (i bambini che erano ormai cresciuti dopo essersi entusiasmati con il primo capitolo), allora depongo le armi: fanculo alla Pixar e alla Disney.

Planes, per fortuna, dimostra il fatto che c’è ancora qualcuno, in quello Studio, che ha a cuore il presente e accetta il fatto che i bambini siano bambini solo per un periodo della loro vita, evitando di fidelizzarli all’infinito e di vendergli pupazzetti fino in tarda età. Planes non avrà il seguito di Cars, il marketing sarà molto meno violento e ingombrante (anche se durante il lancio ci hanno provato) ma sicuramente i bambini ringrazieranno di aver potuto assistere ad una storia coinvolgente e sana come da anni l’accoppiata Disney-Pixar non era in grado di produrre.

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Finalmente!

Dopo la delusione di Cars 2 e la delusione totale di Brave, la Pixar ci riprova. Purtroppo ho la sensazione che, da quando la Disney se n’è appropriata, qualcosa sia cambiato. Infatti, con questo prequel, si perde di fatto l’idea – bellissima e poetica – del finale di Monsters & Co. cioè quella per la quale era meglio far ridere i bambini invece che spaventarli. La Pixar, che da sempre aveva fatto la differenza oltre che per la maestria tecnica soprattutto per le storie che metteva in scena, si sta trasformando in una Dreamworks qualunque, prediligendo l’aspetto commerciale di un’opera ai suoi personaggi e alle loro storie. In Cars 2, ad esempio, è sparito (non si sa come e perchè) Hudson Hornet, personaggio di rara profondità, fondamentale nel primo episodio, ma che non era nella top ten delle vendite del miliardario merchandising che ha generato la saga delle automobiline animate. Stessa cosa per Sally, la fidanzata di Lightning McQueen, trasformata da personaggio chiave nell’arco del protagonista del primo episodio a comparsa spelacchiata nel secondo. McQueen stesso viene ridimensionato in un terzo-quarto ruolo senza spessore. Il tutto a favore di Mater (campione di incassi di sempre) e Finn McMissile il nuovo agente segreto che ha fatto impazzire i bambini e presente in ogni immagine coordinata di Cars 2. E se due indizi non fanno una prova ecco che arriva il terzo: il merchandising della Monsters University è già in vendita!

“In Lasseter (hopefully) we trust” verrebbe da dire.

P.s. Speriamo almeno che non sia in questo orribile formato 16:9 schiavo delle proiezioni stereoscopiche per teenager da multisala.

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