Be happy with what you have to be happy with.

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Scena tratta da 'Il senso della vita'

HUMPREY: State seduti. Seduti, ragazzi. Ora, prima di cominciare la lezione, chi di voi è di partita oggi pomeriggio sposti i suoi indumenti ai pioli più bassi sùbito dopo pranzo. Quando scrive la lettera a casa, se non deve tagliarsi i capelli e se non ha un fratello minore che passa il week-end ospite di un suo compagno, nel qual caso ritiri la sua pagella prima di pranzo, l’accluda alla lettera dopo essersi tagliato i capelli e si assicuri che lui sposti i suoi indumenti ai pioli più bassi. Ora…
WYMER: Signore?
HUMPREY: Sì, Wymer?
WYMER: Mio fratello minore va a casa di Deaver questo week-end, ma io non mi taglio i capelli oggi, perciò devo spostare i miei indumenti…
HUMPREY: Perché non stai ad ascoltare, Wymer? È semplicissimo. Se non devi tagliarti i capelli non devi spostare gli indumenti di tuo fratello ai pioli più bassi. Devi solo ritirare la sua pagella prima di pranzo, dopo aver fatto il còmpito di religione, e quando avrai scritto la lettera a casa, prima della pausa, sposterai i tuoi indumenti ai pioli più bassi, saluterai i visitatori, e dirai al signor Viney che la nota è stata firmata. Ora, sesso. Sesso, sesso, sesso. Dove eravamo?
STUDENTI: Ehm…
HUMPREY: Bene. Ero arrivato al punto in cui il pene entra nella vagina?

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Pradamano (Udine), Cinecity sala 1, ore 17:30, 31.12.2010. Sette spettatori in sala, proiezione strepitosa, schermo enorme, sistema 3D Xpand. Meglio di così non poteva andarmi per vedere quello che reputo un manuale di estetica cinematografica. Sarà l’entusiasmo, sarà stata la qualità della proiezione, il 3D per la prima volta non invasivo, ma Tron è una gioia immensa per i sensi implicati.

Chi è Joseph Kosinsky? Boh! Mai sentito. Eppure qualcuno, a questo giovinotto del ‘74 ha messo in mano 190 milioni di dollari e gli ha detto “Vai, facci sognare”. Apro una piccola parentesi sull’Italia? Forse è meglio di no. Per non infierire su me stesso, soprattutto… Dicevo, opera prima, 190 zucche. Non male. Ma chi è, appunto, Joseph Kosinsky? Intanto dal cognome è ebreo per cui questo è già qualcosa nel cinema americano, secondariamente è una architetto laureato in design e con un master in modellazione di ambienti virtuali. Terza cosa è un regista pubblicitario. Bastano queste tre cose per farsi dare 190 milioni di dollari? No. Spero almeno. Ci vuole talento. E tanto. E il caro Joseph ne ha. Sicuramente come artista visivo. Un quarto punto poi, scatenante a mio avviso, è l’incontro con David Fincher che propone a Joseph di trasferirsi da NY a LA per diventare uno dei registi in esclusiva dell’Anonymous Content. LA significa Studios, il passo per arrivare a Tron è stato sicuramente più breve. Joseph applica le sue doti designer in ambienti CGI e comincia a realizzare i suoi mondi, i suoi spot non stanno mai ‘nel reale’ ma sempre nel suo ‘altrove’ generato al computer. Il suo gusto è straripante. Basta vedere questo per capire di cosa sto parlando.

Bene. Abbiamo capito chi è il regista. La produzione è Walt Disney, che ormai sembra avere un appuntamento fisso col capolavoro. Joseph si avvale (un pochino ma non tanto) anche della consociata Pixar, così, tanto per gradire. Riapro la parentesi sull’Italia? No. Meglio di no.

La storia di Tron è buoni contro cattivi. Poi i buoni vincono. Fine. Sì, perchè di fronte a cotanta bellezza, per una volta, posso veramente prescindere dalla sceneggiatura (che comunque non è fra le più becere) senza sentirmi per forza additato come esterofilo, studiofilo, hollywoodiofilo e quant’altro. I sensi sono talmente presi dalle immagini e dal sonoro che la storia potrebbe pure non esserci. Per certi versi è un po’ come Avatar (ma io preferisco Tron) il cui grande valore è la generazione di un mondo a parte, con tanto di lingua e botanica, ma secondo me va pure oltre. Mentre Avatar si inventa di sana pianta un mondo inesistente e incoerente con la natura umana, Tron si prende l’unica licenza di riuscire a digitalizzare l’essere umano per immergerlo in un mondo di bit ma poi, il mondo stesso con le sue interazioni, diventano tutte perfettamente coerenti con l’ambiente. E sti cazzi della storia. La bellezza del mondo di Tron è commovente. In tutto: scenografie, costumi (se dimagrisco faccio una pazzia e me li compro!), trucco, mezzi di trasporto, gadget.

Gli attori del film sono veramente pochissimi, se ne contano 3 + 1 (+1 perchè Jeff Bridges interpreta due ruoli, solo che in uno dei due è un suo avatar ringiovanito digitalmente – e sul quale ho qualche dubbio sul realismo) gli altri sono tutti di compendio.

Dicevo del sonoro! Beh, dopo le musiche di Trent Treznor in The Social Network, pensavo di aver raggiunto il massimo. Ed invece Tron stupisce anche per questo. Le musiche sono firmate dal duo francese Daft Punk che appaiono anche in qualche breve sequenza. Un misto di techno e pop con frasi drammatiche e orchestrazioni in perfetta sintonia con le immagini. Sembra impossibile pensare ad altra musica per la colonna sonora, il video e l’audio sono materia fusa assieme, non a caso con un elemento in comune a livello genetico: il bit.

Quello che non mi è piaciuto in realtà è proprio il caro Joseph! Ah! Non certo in veste di capo di una serie di bravissimi art director giapponesi (il tocco manga si vede eccome), ma proprio come regista. Ebbene sì. Forse la scelta del protagonista poteva cadere su qualcun altro o forse poteva essere diretto meglio, fattostà che l’omino è proprio di legno e non pare per niente affascinato (come dovrebbe) dal mondo in cui viene calato. Non fa domande e accetta tutto. Boh. Forse mi sarei comportato in altra maniera ma capisco che Tron è appunto un film da Studios e per tanto deve essere il più semplice e spettacolare possibile. Natura spietata: tanto dà da una parte e tanto toglie dall’altra. Del resto il film ha uno dei suoi momenti più emozionanti proprio quando parla della perfezione che è sempre di fronte a noi ma non può essere mai raggiunta.

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“The social network” un film che non parla d’amore. E questo è poco ma sicuro. Ma cominciamo dall’inizio. Cinema King, sala 1, proiezione, al solito fuori fuoco, 2 gatti in sala.

TSN racconta la storia vera (o romanzata) della genesi di Facebook, attraverso le esperienze di Mark Zuckerberg, suo ideatore e fondatore che, per colpa o grazie ad una delusione d’amore e al suo genio, crea il più grande sito di condivisione del mondo ossia Facebook.

Tutto parte dal campus di Harvard, qui, il classico patriottismo americano, ci fa notare, tanto al chilo, quanti premi Nobel, quanti Pulitzer, l’università abbia sfornato e si dipana verso il successo del gruppo di lavoro di Zuckerberg, interpretato fin troppo bene da Jesse Eisenberg. In ogni caso il dipinto dei ventenni americani che si possono permettere di frequentare Harvard non è certo dei migliori. Grandi bevute, grandi scopate, grandi pippate, tutte cose già viste.

Tutto bene e tutti amici finchè non ci sono i soldi (tanti) in ballo. Zuckerberg infatti, apparentemente non legato al successo monetario ma solo a quello ‘tecnologico’, come nella migliore favola disneyana, ad un certo punto si trova ad estromettere uno dei soci fondatori e suo migliore (ed unico) amico che, suo malgrado, ‘aveva letto male il contratto’. Il suo ex-amico gli fa causa. Contemporaneamente due bellimbusti che avevano cercato di assoldare Mark per scrivere il codice di un social network, lo citano per appropriazione indebita di proprietà intellettuale.

Le fondamenta della sceneggiatura sono basate sulle due deposizioni che accuse e difesa mettono in atto per arrivare ad una transazione fra le parti. Si svolgono in due luoghi diversi e vedono contrapposti Zuckerberg da una parte al suo migliore amico e dall’altra ai due bellimbusti. Il montaggio è alternato fra le due deposizioni e le conseguenti ricostruzioni. Lo script ha un ritmo da rave party e, per chi non ha una certa nozionistica di base di informatica e networking, potrà sembrare che si parli di marziani. La scrittura non si ferma un attimo, è assordante ma non esagerata, e non è assolutamente casuale. Facebook è nato appena 7 anni fa ed oggi è una public company che vale 25 miliardi di dollari. Raccontarne l’ascesa non poteva che sottostare a regole di ritmo e vivacità.

Fincher firma col sangue una regia ficcante e decisa. Sottolinea, a sua volta, la velocità con la quale le ‘amicizie’ si fanno e si disfano all’interno di Facebook. Non è una regia compiaciuta, è quasi da film indipendente, tanta camera a spalla, molto addosso ai protagonisti, senza mai sbrodolare, come sarebbe facile, in ritratti manieristici. Fa un grande uso, della musica firmata da Trent Treznor, che rispolvera il Juno 60 e il Nord Lead e si posiziona fra la techno e l’elettropop, buttando, qua e là, qualche pennellata di new wave. Coinvolgente, non c’è che dire, appena tornato a casa l’ho subito scaricata da iTunes. Assolutamente da sottolineare la strepitosa sequenza quasi onirica della gara di canottaggio in cui la musica (che riprende in chiave trance giapponese il tema di Edvard Grieg   ”In the Hall of the Mountain King”) e le immagini abbandonano il linguaggio corrente e si tuffano nell’estro puro. Un tuffo nella follia che aggiunge dove parrebbe impossibile aggiungere ancora.

Cosa manca in tutto questo pacchetto? L’amore appunto. Zuckerberg è solo per tutto il film. Lui, il fondatore di Facebook, ha un solo amico (troppo facile?). E nel corso del film perderà anche quello. La ragazza di cui era innamorato l’ha piantato e non riesce a dimenticarla. Appare timido il ragazzo, quel tipo di timidezza che porta un po’ all’autocommiserazione e un po’ all’aggressività. Non accetta mai di aver fatto degli errori e non si capacita di come gli altri, interessati solo ai suoi soldi, possano andare contro di lui che… in fondo in fondo… ama. Il finale melodrammatico e lento ci sta tutto. Il film chiude così come apre, a specchio, come se l’inizio e la fine fossero fuori dalla parentesi supersonica del resto della storia. Chiude con la lentezza di una persona sola… e cosa c’è di più lento che una persona sola?

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Rubicon è, a mio avviso, la più bella serie mai prodotta. Per certi versi è meglio di Lost e di Twin Peaks. Di queste due ha la medesima caratteristica vincente ossia dei personaggi a dir poco enormi, smisurati. Personaggi resi da attori bravissimi, credibili fino all’ultimo respiro, con i quali, buoni e cattivi, si sviluppa un’empatia travolgente.

Six Reasons to Save ‘Rubicon’

Rubicon visivamente è strepitosa, sembra illuminata da Christopher Doyle per quanto è neutra, le musiche sono di altissimo livello con quel goccio di elettronica morbida che quasi nessuno utilizza nelle colonne sonore.

La sceneggiatura non ha nessuna crepa, tutto è molto ‘terrestre’ e vero, non ci sono voli pindarici e gli intrecci tornano tutti. I temi trattati lambiscono lo scorretto ma senza voler essere in qualche maniera divulgativi, ehi, è una serie tv, non un dibattito geopolitico!

Nell’attesa della seconda serie mi sentirò molto solo senza i miei amici Will, Truxton, Kale, Miles, Andy… Ovvio che se, per qualche folle motivo, la AMC decidesse di non rinnovarla… beh… potremmo pure decidere di girarcela da soli.

 

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